Relazione del Prof. Luca Botturi

Bibliografia a cura di Luca BOTTURI

Dibattito

Segue il Testo ( rivisto dall'Autore)

Serata/incontro con il prof. Luca Botturi,

Fede, educazione e social media nel cambiamento d'epoca.

“Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto” Carlo Maria Martini

 

Rogoredo 18 maggio 2022 – Sala Sianesi ore 21

Silvio Restelli

Benvenuti a tutti!  Che cosa vogliamo fare stasera?

Il terzo passo di approfondimento della dottrina sociale cristiana.

Nel primo passo, nell’incontro con il prof. Bressan dell’11 dicembre 2020, abbiamo cercato di raggiungere i tre obiettivi seguenti

Conoscere che cos’è la dottrina sociale cattolica, 

- nella sua struttura unitaria non spacchettabile

- nella sua storicità̀ come capacità di rispondere alle sfide del tempo pur mantenendo

una CARATTERISTICA STABILE PERMANENTE VALIDA IN TUTTI I PERIODI STORICI

 

Nel secondo passo, quello fatto con mons. Martinelli il 21 aprile 2021 sulla “Fratelli tutti” di papa Francesco, abbiamo cercato di approfondire il tema della fraternità e dell’amicizia sociale come proposta universale al mondo. La comunità cristiana, la vita fraterna delle nostre comunità, possono essere il paradigma, una testimonianza di amicizia sociale fraterna. 

 

Nel terzo passo, quello di stasera, vogliamo educarci, attraverso le proposte e le riflessioni del prof. Luca Botturi, su un tema particolare, quello dei social media.

Quella che stiamo vivendo non è una normale fase di crescita della società occidentale.

I social media (e la rete Internet che ne sta alla base) sono un veicolo di cambiamento strutturale della comunicazione che mette in gioco il modo stesso di affrontare la vita e la cambia. Occorre perciò acquisire quella nuova consapevolezza che ci permette di affrontare la sfida in modo adeguato.

Occorre adottare norme di “galateo comunicativo” corrette. Occorre infine esercitare una nuova responsabilità di uomini e di cristiani.

 

Chi è Luca Botturi?

Nato a Milano nel 1977, ha conseguito un dottorato in Scienze della comunicazione presso l’Università della Svizzera italiana a Lugano. Ha lavorato in progetti e ricerche nell’ambito delle tecnologie digitali in educazione in Svizzera, Italia, Canada, Spagna e Stati Uniti.

Attualmente è Professore in “Media in educazione” presso il Dipartimento formazione e apprendimento della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana a Locarno.

Con la ONG “Associazione seed” è attivo in progetti di cooperazione internazionale, che lo hanno portato a fare esperienza in Croazia, Macedonia, Ecuador, Messico e Ghana. Negli ultimi anni ha condotto numerosi progetti sull’educazione al digitale con scuole del Nord Italia, coinvolgendo allievi, docenti, dirigenti e genitori. Luca vive a Lugano ed è padre di 6 figli.

  

Luca Botturi                                                                                      

Il mio lavoro è la tecnologia. Mi occupo di insegnare in università ai futuri docenti quello che li potrà rendere capaci di usare i media nella didattica. E con lo stesso obiettivo faccio anche progetti con le scuole. Oltre a questo, che è il mio mestiere, ho anche in casa tutto il “campionario educativo necessario”, perché i miei sei figli in questo momento vanno da 19 a 5 anni.

Ma per me la cosa nuova di questa sera è parlarvi dal punto di vista della mia fede.

Nel mio mestiere (lavoro nel pubblico sia in università che in buona parte delle scuole) non si condivide questo punto di vista; perciò, è sempre un salto provare a rimettermi in quell’ottica, ricomprendendo in essa le cose che faccio per lavoro.

 

Il tema è molto ampio e complesso (cioè ha tante articolazioni) e in continuo cambiamento.

Mi concentro perciò sui seguenti punti.

- Qual è la sfida nella società della digitalizzazione?

- Il problema è la tecnologia in sé e quindi basta eliminarla o ridurla?

- Come educhiamo i giovani a vivere i social da protagonisti?

  Cercherò di farlo in un'ottica cristiana, cioè provando a immaginare come Gesù ci suggerisce di vivere in questo mondo.

 

0) QUAL È LA SFIDA?

Vediamo chiaramente i molti problemi emergenti: fake news, dipendenze, adescamenti, cyberbullismo e altri.  Ma le tecnologie digitali e la rete offrono anche risorse immense: nella salute, nell'aiuto allo sviluppo, nella finanza (che può essere etica), nella conoscenza, anche nei rapporti personali (pandemia).

 Ad esempio, proprio l'altro giorno abbiamo incontrato per una serata in una scuola un ricercatore che si occupa della trisomia 21, proseguendo il lavoro di quel grande scienziato che fu Jérôme Lejeune. Ci raccontava che negli ultimi due anni hanno potuto fare una ricerca su tutti i casi in cui esiste la trisomia 21 senza alcun sintomo. Questo gli ha permesso di capire un sacco di cose su questa condizione genetica. Ma sarebbe stato impossibile farlo in due anni senza le tecnologie che abbiamo adesso, che ti permettono di cercare in poco tempo in tutto il mondo. Solo vent'anni fa questa cosa sarebbe stata impossibile.

Oppure pensiamo anche solo a tutto lo sviluppo dei vaccini che abbiamo visto durante la pandemia: se non ci fosse stata la comunicazione che c'è adesso sarebbe andato tutto molto molto più lentamente.

Noi stessi durante questi anni abbiamo imparato a usare il digitale per mantenere le relazioni (con gli amici del Ghana o dell’Ecuador con cui abbiamo lavorato ad esempio); comunque, per fare cose che altrimenti non avremmo potuto fare. Quindi c'è anche tutto questo. 

 Un primo modo di affrontare allora la digitalizzazione è cercare un equilibrio: mettiamo i cerotti sulle cose che non vanno e cerchiamo di potenziare le cose belle. Ma, secondo me, c'è un punto che ci sfugge e ve lo racconto con un esempio che a me piace un sacco.

È l'esempio di un software che si chiama AlphaGo. Il Go è un gioco cinese, un tipo di scacchi su una scacchiera grande. Si gioca con pedine bianche e nere tutte uguali ed è un gioco di guerra, che consiste nel circondare l'avversario mettendolo nell’impossibilità di muoversi. La tavola è abbastanza grande: le partite sono molto complesse e il gioco ha questa caratteristica: è uno dei pochi giochi da tavola per cui non c'è mai stato un software capace di giocare bene, battendo i campioni.

Gli scacchi sono complicati, ma non così tanto, e un software riesce a calcolare tutte le conseguenze di ogni mossa, per cui se abbiamo capito come gioca il campione del mondo (che allora era Kasparov) facciamo un programma che gioca come lui e scopriamo che questo programma vince. All’ inizio degli anni 2000 il computer Deep Blue ha battuto Kasparov al gioco degli scacchi. Con Go non ci sono mai riusciti perché troppo complicato: ogni mossa ha un numero di possibili conseguenze troppo grande per essere calcolato.

 Ma ad un certo punto arriva un'azienda inglese, la DeepMind, che fa un programma che non sa giocare a Go, ma sa le regole del gioco; sa solo cosa può e non può fare. Lo prende e gli dice: “adesso gioca contro te stesso”. In un mese il software gioca miliardi di partite, imparando in ogni partita come andare a migliorare il suo modo di giocare.

Dopo qualche mese, fanno una prova: chiamano il campione europeo, Fan Hui, che vive in Francia ma è coreano; fanno una sfida ufficiale in 5 partite e AlphaGo vince 5 a zero. Poi sfidano il campione del mondo, Lee Sedol, imbattuto da diversi anni, e AlphaGo lo batte per 4 a 1.

 Ci sono due cose incredibili. La prima è che Lee Sedol dopo la sconfitta molto signorilmente dice: “In alcune mosse di AlphaGo ho percepito che lui era creativo, cioè ha fatto delle mosse che io non avrei mai fatto e non so come le abbia pensate”.

Seconda cosa: i programmatori di AlphaGo non sanno assolutamente come giochi il software; sanno solo le istruzioni che gli han dato; quello che ha imparato dalle partite fatte non lo sanno: il software crea una rete neurale talmente complessa che è insondabile.

Ma non si tratta solo di un computer che vince in un gioco, perché DeepMind è stata comprata da Google e l'algoritmo che vi suggerisce i prossimi video da guardare su YouTube è il cugino di AlphaGo. L'algoritmo che sceglie quali sono i migliori 10 risultati sul miliardo di possibili risposte a qualsiasi espressione scriviate su Google Search è il fratello di AlphaGO. 

 Noi viviamo in un mondo in cui questo tipo di applicazioni sono e saranno sempre più presenti, dappertutto: sono le intelligenze artificiali, che fanno funzionare i videogiochi, per dirne una; sono quelle che si usano per fare gli effetti speciali. Ma hanno anche applicazioni molto più interessanti o più utili: un clone di AlphaGo viene usato in farmaceutica per trovare i modi di creare proteine che abbiano certe caratteristiche particolari.

 Allora quando io vedo i miei figli e i nostri ragazzi mi chiedo qual è la sfida: è forse che loro non vadano su siti pornografici?  Anche; ma mi sembra che la vera sfida sia che crescano in un mondo sempre più digitalizzato, vivendo da protagonisti, non subendo la rivoluzione che sta arrivando, che gli piove addosso, per cui si trovano, seguendo la pubblicità, a inseguire la novità del nuovo dispositivo. 

 Il punto, dunque, è: “Questo è il mio mondo, bene! Me ne impossesso; non ne sono posseduto!”

Vivere da protagonisti in questo mondo digitalizzato vuol dire, ad esempio, essere una ragazza che usa i social, ma non è schiava dell'idea di bellezza che viene proposta (non so se avete girato su Instagram nel periodo della prova costume, cioè adesso).

Oppure essere ragazze e ragazzi che vivono in un mondo in cui girano le false notizie, ma non cadono in preda alla sfiducia, perché l'effetto principale dell’avere tutta l'informazione del mondo a disposizione, inclusi i miliardi di bugie, è che non è possibile sapere la verità e questo è arrendersi; oppure persone che non rinunciano, anche se possiamo avere tutte le relazioni digitali possibili, ad avere relazioni concrete, ad incontrare le persone. Ecco queste sono un po’ le sfide che stanno di fronte; dopo abbiamo tutti i problemi educativi puntuali che sono altrettanto importanti ma questa mi sembra la prospettiva.

 

1) IL PROBLEMA È LA TECNOLOGIA?

Dove nasce questa sfida, e dove hanno radice tutti i fenomeni negativi o distruttivi che vediamo e di cui facciamo esperienza?

Le tecnologie digitali, Internet in particolare, nascono per scopi militari durante la Guerra Mondiale e la Guerra Fredda. Poi è la scienza che le spinge (anni '80 e '90) e poi (anni 2000) entra potentemente una dinamica commerciale.

 Ho preso due testi brevissimi che ci illustrano due momenti molto diversi, perché appunto sembra sempre che Internet sia una bella cosa ma un po’ cattiva, ma non se ne coglie la dinamica evolutiva.

 Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio (John Barlow, 1996)

“Stiamo creando un mondo in cui tutti possano entrare senza privilegi o pregiudizi basati sulla razza, sul potere economico, sulla forza militare o per diritto acquisito.

Stiamo creando un mondo in cui ognuno in ogni luogo possa esprimere le sue idee, senza pregiudizio riguardo al fatto che siano strane, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo. (...)

Nel nostro mondo tutti i sentimenti e le espressioni di umanità, dalla più semplice a quella più angelica, sono parti di un tutto senza confini, il colloquio globale dei bits. (...)

Noi creeremo nel cyberspazio una civiltà della Mente. Possa essa essere più umana e giusta di quel mondo che i vostri governi hanno costruito finora.”

 Noi possiamo creare un mondo nuovo che non ha steccati. E quando Internet è arrivato è stato vissuto un pochino anche così: era una prateria nuova da conquistare.  Era un'idea bella, anche se un po’ ingenua. Pensiamo al mondo dei social oggi: che ognuno possa dire quello che vuole è vero solo in parte. Lo puoi scrivere ma poi vieni subissato dagli insulti che ricevi. Un po’ ingenuo appunto, ma era un'idea di apertura a tutto campo e – attenzione – senza il nostro corpo. Ma pochi anni dopo gli anni 2000 nascono i social e il Web 2.0: cambia il respiro.

 Ecco come i due fondatori di Google spiegano ai futuri investitori che cos’è Google e come funziona.

Lettera IPO di Google (Larry Page e Sergey Brin, 2006)

"Abbiamo fondato Google perché credevamo di poter offrire un grande servizio al mondo: fornire istantaneamente informazioni rilevanti su qualsiasi argomento.

Servire i nostri utenti finali è il cuore di ciò che facciamo e rimane la nostra priorità numero uno.

Il nostro obiettivo è quello di sviluppare servizi che migliorino la vita del maggior numero di persone possibile – per fare cose che contano. (...) "

Prima io potevo accedere a tutte le informazioni ma le informazioni le mettevano le università, le biblioteche, le istituzioni ufficiali. Poi nel 2000 cambia tutto: si creano dei software che permettono a chiunque di scrivere quello che vuole, può postare quello che vuole qualunque cosa sia.  Questo ha fatto esplodere la dimensione della rete, ha fatto aumentare il numero di voci e soprattutto ha fatto entrare in campo delle aziende.

Se voi ci pensate oggi non c'è quasi nulla che noi facciamo con gli smartphone che non passi da un'azienda come Instagram Facebook, WhatsApp, Google e altre.

Il cambiamento del digitale nel 2000 è che, molto pragmaticamente, la prateria dei cyberspazio è stata trasformata in un mercato da conquistare. E questo è quello che subiscono anche i ragazzi: un'azione commerciale senza precedenti attraverso la pubblicità costruita sui loro interessi. 

Giusto per darvi una cifra: il giro d'affari di Google l'anno scorso è comparabile col PIL di un paese come il Cile.  Cioè il bilancio di Google è più grande di quello della maggior parte dei piccoli Stati europei come dimensione finanziaria. Ma se il PIL di uno stato cresce il 2% si applaude; Google lo scorso anno è cresciuto del 40% (in anni “normali” ci ha abituato a crescite annuali del 20-25%).

Abbiamo delle tecnologie che hanno una serie di potenzialità enormi, ma dipendono molto da come sono usate. E siccome le viviamo attraverso un'interfaccia che è commerciale, in realtà non siamo veramente liberi di muoverci nello spazio digitale; ci muoviamo seguendo i percorsi che qualcuno ha tracciato per noi.

Metaforicamente nel mio campo si dice: prima eravamo in una prateria adesso siamo in un grande magazzino: tanti spazi, con tanti negozi in qualche modo precostituiti.

 Quindi questa situazione crea un piano inclinato. 

Allora dove sta il punto? Le tecnologie digitali (come tutti gli strumenti) offrono opportunità (estensione del nostro fare) e rischi (riduzione della nostra umanità). Alcuni di questi lati oscuri sono diventati predominanti sotto la spinta di un impulso commerciale globale senza precedenti (siamo scivolati rapidamente sul piano inclinato, invece di salire).

Nota Bene: la spinta è stata quella commerciale, ma l'inclinazione del piano dipende dal nostro essere imperfetti e in parte cattivi (quello che la Chiesa chiama il peccato originale)

 Vorrei allora mettere in evidenza due punti, che mi sembrano decisivi in questo piano inclinato.

- La mancanza del corpo

- L'apertura universale

 

2) FISICITÀ ED ESPERIENZA

Partiamo dal tema della fisicità: il mondo digitale per sua natura è senza corpo.

C'è un libro ormai classico, quello di Nicholas Negroponte, ex direttore del MIT, che si intitola proprio “Essere digitali”, ma il sottotitolo era “Atomi e bit”; in esso l’autore contrapponeva proprio il mondo degli atomi che avevamo sempre abitato (scriveva nel 2000) a quello in cui invece stavamo entrando che è il mondo dei bit, che non si toccano.

In realtà - a ben vedere - quello digitale NON È UN MONDO, ma una modalità di fare cose (strumento) che prescinde dallo spazio. Già idealizzato da Barlow come vita "vera" in uno spazio virtuale vs. mondo reale condizionato da troppi limiti sociali, culturali, economici, politici.

Sappiamo che questa dinamica funziona, dai “Fridays for future” ai gruppi di catechesi online, dal mondo dei fandom alle cerchie di amici, dai movimenti politici alle reti terroristiche.

La trappola è pensare che noi possiamo vivere meglio senza un corpo, o con un corpo che configuriamo come vogliamo noi (dal "puoi essere ciò che vuoi" ribattuto in mille film americani alla teoria del gender).

È semplicemente falso: noi siamo esseri (anche) corporei, e come cristiani sappiamo che non c'è salvezza fuori dal mondo fisico. Dio stesso ha dovuto e voluto diventare uomo per salvarci, e ha sperimentato fino in fondo l'aspetto più terribile e disumano della fisicità: il dolore e la morte.

La Chiesa ci insegna che la cultura non è soltanto negoziazione di simboli o manipolazione di informazioni: è un incontro. Il cristianesimo vive attorno ad alcune parole chiave come presenza-incontro-comunità.

Infatti anche il Vangelo non è un libro sapienziale che ci tramanda soltanto gli insegnamenti di Cristo, ma è un racconto che ci comunica i suoi incontri con altre persone: i discepoli, Zaccheo, la Samaritana, il giovane ricco, Marta e Maria, il centurione e sua figlia malata, l'emorroissa... E il corpo è sempre molto importante.

Mi ha sempre colpito molto che Gesù addirittura metta il fango sugli occhi del cieco nato e tocchi con la saliva la lingua del muto. Immagino che avrebbe potuto guarirli anche solo con il pensiero, ma sceglie di fare diversamente.

"Il cristianesimo non è una dottrina, ma il comunicarsi di una vita" (Kierkegaard)

"Il cristianesimo prima che una morale o un’etica, è avvenimento dell’amore, è l’accogliere la persona di Gesù. Per questo, il cristiano e le comunità cristiane devono anzitutto guardare e far guardare a Cristo, vera Via che conduce a Dio" (BXVI, 2012)

Internet permette una comunicazione potente, ma comunque mediata, cioè raccontata (con più o meno abilità, intenzionalità e oggettività). L'incontro invece è esperienza: è lasciare all'altro la possibilità di decidere come guardare ciò che vede, senza filtrarlo. E questo include anche il corpo.

Il digitale può essere un'estensione di un vero incontro (e questo è positivo: estende l’incontro oltre alcuni limiti fisici del corpo) o un suo surrogato ( e questo è negativo: elimina il corpo e rende “rarefatto” l’incontrarsi), ma è una questione etica e non tecnica.

 IMPLICAZIONI:

Vivere la vita appieno, senza dimenticare la prossimità, lo spazio, il corpo.

  1. La presenza in rete non può che nascere da una dimensione di comunità vissuta in prossimità.
  2. Impariamo a gustare una comunicazione piena e ricca, non quella rarefatta delle chat e dei social. Quella nella quale ci si guarda negli occhi e si sente l'odore del sudore dell'altro.
  3. Con i giovani: preservare spazi disconnessi (in famiglia, a scuola) e interessi "olistici" (la musica, lo sport, l'arte). Non diventare pigri! Educare a un gusto pieno (sono poi loro che riconosceranno i surrogati)

 

3) APERTURA GLOBALE

Online possiamo incontrare chiunque dei 5 miliardi di utenti, e accedere a un mare di informazioni in crescita esponenziale. È semplicemente troppo, cioè è fisicamente impossibile per noi gestire tutto questo.

La stima del volume di informazioni digitali trasmesse in rete nel 2022 è di 97 petabytes, equivalente, se tutti questi dati fossero video, a ca. 10 anni di film in HD...

Questa è evidentemente un'opportunità immensa (quante cose e persone possiamo conoscere!), ma fuori misura. E ha dei rischi, perché una buona parte (oltre un terzo sicuramente) di quei contenuti sono contenuti pornografici o illegali, e una parte di quei 5 miliardi di individui sono malintenzionati.

La rete ci aiuta: gli algoritmi usano i nostri profili per offrirci contenuti e relazioni adatti a noi, o a “noi-come-loro-ci-immaginano”. E noi demandiamo la costruzione della nostra visione del mondo alla macchina (la famosa “bolla di filtraggio”, che crea le polarizzazioni sociali attuali).

È possibile uscirne?

Si, perché la vita offline non è nella bolla, ma richiede delle virtù che stiamo perdendo:

- la tenacia (tenere aperte le domande)

- la pazienza (non tutto arriva subito)

- la curiosità (di cercare attivamente fuori dai soliti giri)

- e la capacità di fare silenzio, di spegnere tutto e restare noi.

La bussola non deve essere "come ti riempio il tempo morto?" (che è il motivo numero 1 per l'uso del digitale nei giovani), ma "come posso conoscere X?" o "come posso imparare X?".

Allora emergono dei criteri di scelta, e lo strumento (potentissimo) torna ad essere tale, e non il luogo totalizzante della nostra esperienza.

 

4) L'ULTIMA BUGIA: IL DIGITALE CHE SALVA LA REALTÀ

Sono solo due spunti, ma spero possano aiutare a tracciare una pista di lavoro. Prima di concludere devo però mettere in luce un ultimo aspetto, che sta sullo sfondo, nel retro della nostra mente, e condiziona la nostra visione: l'idea che le tecnologie ci possono salvare (che porta una visione materialistica "spiritualizzata", cioè liberata dal corpo).

C'è un bellissimo film con Tom Hanks, “Notizie dal mondo”. Il protagonista è un signore che va in giro a leggere i giornali in queste comunità remote del West. Ad un certo punto parla con una ragazzina bianca che è stata rapita dagli indiani quando era piccola e che lui deve riportare a casa. in questo dialogo lui le dice: “la nostra storia va avanti” (indicando con il braccio la direzione e guardando avanti); ma lei risponde: “la nostra storia è intorno” (facendo ruotare il braccio e abbracciandosi). Ed è interessante perché è vero che noi tendiamo a pensare che ci sia sempre una via di progresso; in fondo a questa linea che va vanti saremo salvi e la tecnologia è parte di questa visione del mondo, perché ci salverà.

Questa visione si innesta sull'idea (o ideologia) di progresso che fa parte ormai del DNA occidentale. Oggi progresso fa rima con tecnologia.

Se ci pensate, è una vera e propria fede nella tecnologia che risolve i nostri problemi e che si concretizza in tanti atti quotidiani:

- la conoscenza che affidiamo ai motori di ricerca

- la compagnia che affidiamo ai social network

- la sicurezza che affidiamo ai sistemi di sorveglianza

- la creatività che affidiamo ad app che creano contenuti per noi

Ma come la tecnologia ci salva? La tecnologia lo può fare soltanto cercando di eliminare i problemi: in senso tecnologico la realtà "migliore" è la realtà senza malattia, dolore, problemi, dubbi. E questo ci porta molto velocemente in quella “cultura dello scarto” verso la quale ci ha messo in guardia Papa Francesco: “La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano.”

Questa visione si fonda sulla cancellazione del peccato originale: suppone che sia possibile correggere alcuni "errori di programmazione" per ridare al mondo il suo vero volto: l'Eden.

La discussione sul “diritto al figlio” oggi è significativa: è legata alla realtà commerciale che offre screening e scelta dell'embrione, per eliminare eventuali "errori di programmazione" e darci un figlio perfetto (chi ha mai visto un figlio perfetto nel mondo reale?).

Il cristiano sa che non è così: non è il male l'ultima parola sul mondo, e non è l'eliminazione del dolore che ci salva. Noi abbiamo incontrato un Dio che non ha evitato il dolore, la solitudine, la morte, e che ha avuto compassione della debolezza, del tradimento, della malattia. Basta rileggere le pagine della Passione, della preghiera nel Getsemani, o il tradimento di Pietro.

Tutta questa imperfezione, incluso il dolore e anche la morte, sono mistero centrale e inevitabile per il Cristianesimo. Questo non vuol dire rinunciare al progresso, ma mettere al centro la vita, che è imperfetta e dolorosa, e amarla anche nei suoi difetti, come si ama una moglie o un figlio, perché abitata dal Padre.

 

5) CONCLUSIONE: COME VIVERE IL DIGITALE

Se il Cristianesimo abbraccia tutta la vita, allora come abbraccia il digitale?

La postura giusta non è quella degli Hamish, di separazione. In questo caso costruiremmo una realtà parallela a quella del mondo. Noi invece siamo chiamati ad essere il sale della terra, e dunque anche il sale della rete.

La postura non è nemmeno quella, molto snob, di chi vive con il telefonino e i social, ma ne parla sempre male: le maldicenze non costruiscono.

Servono soggetti consapevoli che vivano il digitale come dimensione della loro fede e che:

- Facciano della fede e della vita della Chiesa il perno della propria esistenza, il metro di giudizio

- Conoscano criticamente le tecnologie, senza farsi abbagliare e senza demoralizzarsi

Ho dato due spunti:

- ritrovare il corpo e metterlo in dialogo con il digitale

- farsi guidare da veri bisogni e domande, e da qui derivare criteri per navigare.

Non esiste la soluzione, anche perché non stiamo risolvendo un problema. Non abbiamo la ricetta, ma una sfida e tante opportunità.

Serve un nuovo "umanesimo tecnologico", di cui ci ha parlato e testimoniato Luigi Dadda, rettore del Politecnico di Milano e creatore del primo grande calcolatore in Europa, non in chiave rinascimentale (con il centro sull’uomo) ma medioevale (con il centro su Dio).